Giacomo Puccini fa il suo debutto nel teatro ‘fin de siècle’ mettendo in scena l’avventura esistenziale di uomini che fuggono dal contesto rassicurante del proprio villaggio, sedotti dalle fascinazioni dell’eros e della ricchezza: Roberto va a Magonza a riscuotere una lauta eredità e si perde come Tannhäuser tra le braccia di una venere-sirena; Edgar, infiammatosi di passione per una zingara, incendia il «paterno tetto», vicino (forse troppo) alla chiesuola del paese, e ‘spicca il volo’ per vincere la «noia». Non esiste redenzione per questi personaggi; l’uscita da casa è un rischio temerario, un peccato da espiare. Tale schema narrativo subisce in “Manon Lescaut” un significativo riassetto: il dissidio interiore e la responsabilità della scelta ricadono non più sull’uomo, ma sulla protagonista femminile, eroina borghese divisa tra i piaceri effimeri dei salotti parigini e la nostalgia di una «dimora umile, […] isolata, bianca come un sogno gentile di pace e d’amor». È qui che appare per la prima volta, nell’opera pucciniana, l’icona archetipica della «casetta», luogo ‘angusto’ in cui si vive di soli baci, nido d’amore degli amanti e, al tempo stesso, proiezione del desiderio inconscio (e inattingibile) della «queta casetta» dell’infanzia. Il tema, com’è noto, torna a più riprese, con sfumature variabili, nel catalogo del compositore lucchese, da “Tosca” a “Butterfly”, fino al “Tabarro”. Il saggio analizza l’impianto drammaturgico del primo atto unico del "Trittico" alla luce dei nuclei concettuali poc’anzi accennati, mettendo in rilievo le peculiarità del libretto di Adami-Puccini rispetto alla fonte di Didier Gold. L’idea di una contrapposizione tra il sogno di Giorgetta e quello della Frugola si trova già nella “Houppelande” (Georgette si esaltava al pensiero della città, una Parigi operosa, brulicante di vita, mentre la Furette desiderava una bicocca di campagna, lontana dal clacson delle auto). Nel "Tabarro" pucciniano, però, l’ideale della straccivendola acquista nuovi contorni, all’interno di una canzonetta di ottonari dal tono grottesco: la dimora agognata non è più il simbolo dell’idillio campestre, ma diventa il luogo dove «aspettar la morte, che è rimedio d’ogni male!». Non c’è spazio per le romanticherie e per l’estasi panica: restano solo due pini e un orticello; tutto si prosciuga, svanisce l’aura del decadentismo e la morte si presenta così com’è, con assoluto disincanto. Nel saggio vengono esaminati i risvolti di questo mutamento di prospettiva, a partire da una valutazione delle varianti apportate al testo di Gold, che si configurano come una vera e propria riscrittura, tesa ad arricchire il potenziale semantico e l’allusività intertestuale. In tal senso, vengono indagati per la prima volta i legami tra il “Tabarro” e la “Rondine", come anche gli influssi del repertorio parigino (dalla "Manon" di Massenet alla "Louise" di Charpentier), e sulla scia di tali nessi si avanza un'interpretazione del simbolo della ‘casetta’, ripensato in modo drastico dal tardo Puccini, come luogo del delitto, metafora del vincolo matrimoniale.

Intertestualità e simbolismo nella drammaturgia del Tabarro. Riflessioni sul tema della «casetta»

Fontanelli F.
2020-01-01

Abstract

Giacomo Puccini fa il suo debutto nel teatro ‘fin de siècle’ mettendo in scena l’avventura esistenziale di uomini che fuggono dal contesto rassicurante del proprio villaggio, sedotti dalle fascinazioni dell’eros e della ricchezza: Roberto va a Magonza a riscuotere una lauta eredità e si perde come Tannhäuser tra le braccia di una venere-sirena; Edgar, infiammatosi di passione per una zingara, incendia il «paterno tetto», vicino (forse troppo) alla chiesuola del paese, e ‘spicca il volo’ per vincere la «noia». Non esiste redenzione per questi personaggi; l’uscita da casa è un rischio temerario, un peccato da espiare. Tale schema narrativo subisce in “Manon Lescaut” un significativo riassetto: il dissidio interiore e la responsabilità della scelta ricadono non più sull’uomo, ma sulla protagonista femminile, eroina borghese divisa tra i piaceri effimeri dei salotti parigini e la nostalgia di una «dimora umile, […] isolata, bianca come un sogno gentile di pace e d’amor». È qui che appare per la prima volta, nell’opera pucciniana, l’icona archetipica della «casetta», luogo ‘angusto’ in cui si vive di soli baci, nido d’amore degli amanti e, al tempo stesso, proiezione del desiderio inconscio (e inattingibile) della «queta casetta» dell’infanzia. Il tema, com’è noto, torna a più riprese, con sfumature variabili, nel catalogo del compositore lucchese, da “Tosca” a “Butterfly”, fino al “Tabarro”. Il saggio analizza l’impianto drammaturgico del primo atto unico del "Trittico" alla luce dei nuclei concettuali poc’anzi accennati, mettendo in rilievo le peculiarità del libretto di Adami-Puccini rispetto alla fonte di Didier Gold. L’idea di una contrapposizione tra il sogno di Giorgetta e quello della Frugola si trova già nella “Houppelande” (Georgette si esaltava al pensiero della città, una Parigi operosa, brulicante di vita, mentre la Furette desiderava una bicocca di campagna, lontana dal clacson delle auto). Nel "Tabarro" pucciniano, però, l’ideale della straccivendola acquista nuovi contorni, all’interno di una canzonetta di ottonari dal tono grottesco: la dimora agognata non è più il simbolo dell’idillio campestre, ma diventa il luogo dove «aspettar la morte, che è rimedio d’ogni male!». Non c’è spazio per le romanticherie e per l’estasi panica: restano solo due pini e un orticello; tutto si prosciuga, svanisce l’aura del decadentismo e la morte si presenta così com’è, con assoluto disincanto. Nel saggio vengono esaminati i risvolti di questo mutamento di prospettiva, a partire da una valutazione delle varianti apportate al testo di Gold, che si configurano come una vera e propria riscrittura, tesa ad arricchire il potenziale semantico e l’allusività intertestuale. In tal senso, vengono indagati per la prima volta i legami tra il “Tabarro” e la “Rondine", come anche gli influssi del repertorio parigino (dalla "Manon" di Massenet alla "Louise" di Charpentier), e sulla scia di tali nessi si avanza un'interpretazione del simbolo della ‘casetta’, ripensato in modo drastico dal tardo Puccini, come luogo del delitto, metafora del vincolo matrimoniale.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11571/1350620
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