Dal 1824 anno del debutto, fino al 1835, quando venne ripreso per l’ultima volta, Il crociato in Egitto fu visto una trentina di volte dai veneziani. L’opera, che godette di fama enorme nella prima metà dell’Ottocento, venne ripresa allora da molti teatri italiani ed europei prima di sparire dal repertorio, e fu per Meyerbeer un eccellente biglietto da visita per approdare ai palcoscenici parigini, dove si svolse la parte decisiva della sua carriera fino alla morte, nel 1864. Anna Tedesco, nel saggio d’apertura, enumera alcuni motivi della sua rilevanza: «È scritta per lo stesso teatro (La Fenice) e su testo dello stesso librettista (Gaetano Rossi) dell’ultima opera scritta da Rossini per l’Italia, Semiramide (1823). È […] l’ultima opera importante con una parte scritta appositamente per un castrato, Velluti. È un’opera che presenta un dispiego inusuale di forze orchestrali e corali. È, infine, la prima opera di Meyerbeer ad incentrarsi su un conflitto interreligioso, un tema sempre presente nei suoi grands-opéras e particolarmente rilevante in Les Huguenots (1836)». Pare dunque legittimo chiedersi perché un simile lavoro sia uscito dal repertorio, tante sono le novità che propone; si pensi al folgorante inizio (dove, al posto della tradizionale sinfonia, qualche pagina orchestrale introduce una pantomima in cui, come recita la didascalia, «tutto è azione»), o al finale primo, che offre una combinazione «senza alcun precedente» di ben due bande in scena, a rappresentare musicalmente lo scontro in atto fra i cavalieri di Rodi e gli Egiziani, come nota Claudio Toscani, curando l’edizione del libretto e la guida all’ascolto. Alla riuscita del Crociato dette un contributo fondamentale un librettista veronese che fu, più che ‘versificatore’, «un eccellente drammaturgo, come si può notare dalla ricerca innovativa di soggetti e forme poetico-musicali attuata nella sua produzione», scrive Maria Giovanna Miggiani, che mette sotto i riflettori la figura di Gaetano Rossi, autore di numerose opere di successo nei generi più disparati per Rossini (si pensi alla Semiramide, ma anche alla Cambiale di matrimonio e al Tancredi), per Mayr e molti altri, fino alla Linda di Chamounix di Donizetti. Il crociato, come spiega Gian Giuseppe Filippi, porta all’attenzione dello spettatore una vicenda contraddittoria e imprecisa in cui, tra l’altro, vengono mescolate disinvoltamente due crociate storiche. Lo studioso ipotizza che «Rossi abbia deciso di operare una sovrapposizione allegorica delle due crociate sotto la medesima denominazione di sesta crociata, allo scopo di criptare un messaggio nel contesto dell’ingenuo racconto del Crociato in Egitto. […] La crociata in Egitto doveva essere ritenuta importante come contenitore della vicenda, poiché già nel Settecento si erano formate delle logge massoniche che si richiamavano all’antica sapienzialità egizia». Il primo numero della «Fenice prima dell’opera» del 2007 è arricchito da due recensioni dell’epoca, che confermano il forte impatto del lavoro sul pubblico di allora, e dall’edizione integrale dei documenti d’archivio di Meyerbeer custoditi nell’Archivio storico del Teatro La Fenice, sinora pubblicati solo parzialmente.

Giacomo Meyerbeer, «Il crociato in Egitto», «La Fenice prima dell’opera», 2007/1

GIRARDI, MICHELE
2007

Abstract

Dal 1824 anno del debutto, fino al 1835, quando venne ripreso per l’ultima volta, Il crociato in Egitto fu visto una trentina di volte dai veneziani. L’opera, che godette di fama enorme nella prima metà dell’Ottocento, venne ripresa allora da molti teatri italiani ed europei prima di sparire dal repertorio, e fu per Meyerbeer un eccellente biglietto da visita per approdare ai palcoscenici parigini, dove si svolse la parte decisiva della sua carriera fino alla morte, nel 1864. Anna Tedesco, nel saggio d’apertura, enumera alcuni motivi della sua rilevanza: «È scritta per lo stesso teatro (La Fenice) e su testo dello stesso librettista (Gaetano Rossi) dell’ultima opera scritta da Rossini per l’Italia, Semiramide (1823). È […] l’ultima opera importante con una parte scritta appositamente per un castrato, Velluti. È un’opera che presenta un dispiego inusuale di forze orchestrali e corali. È, infine, la prima opera di Meyerbeer ad incentrarsi su un conflitto interreligioso, un tema sempre presente nei suoi grands-opéras e particolarmente rilevante in Les Huguenots (1836)». Pare dunque legittimo chiedersi perché un simile lavoro sia uscito dal repertorio, tante sono le novità che propone; si pensi al folgorante inizio (dove, al posto della tradizionale sinfonia, qualche pagina orchestrale introduce una pantomima in cui, come recita la didascalia, «tutto è azione»), o al finale primo, che offre una combinazione «senza alcun precedente» di ben due bande in scena, a rappresentare musicalmente lo scontro in atto fra i cavalieri di Rodi e gli Egiziani, come nota Claudio Toscani, curando l’edizione del libretto e la guida all’ascolto. Alla riuscita del Crociato dette un contributo fondamentale un librettista veronese che fu, più che ‘versificatore’, «un eccellente drammaturgo, come si può notare dalla ricerca innovativa di soggetti e forme poetico-musicali attuata nella sua produzione», scrive Maria Giovanna Miggiani, che mette sotto i riflettori la figura di Gaetano Rossi, autore di numerose opere di successo nei generi più disparati per Rossini (si pensi alla Semiramide, ma anche alla Cambiale di matrimonio e al Tancredi), per Mayr e molti altri, fino alla Linda di Chamounix di Donizetti. Il crociato, come spiega Gian Giuseppe Filippi, porta all’attenzione dello spettatore una vicenda contraddittoria e imprecisa in cui, tra l’altro, vengono mescolate disinvoltamente due crociate storiche. Lo studioso ipotizza che «Rossi abbia deciso di operare una sovrapposizione allegorica delle due crociate sotto la medesima denominazione di sesta crociata, allo scopo di criptare un messaggio nel contesto dell’ingenuo racconto del Crociato in Egitto. […] La crociata in Egitto doveva essere ritenuta importante come contenitore della vicenda, poiché già nel Settecento si erano formate delle logge massoniche che si richiamavano all’antica sapienzialità egizia». Il primo numero della «Fenice prima dell’opera» del 2007 è arricchito da due recensioni dell’epoca, che confermano il forte impatto del lavoro sul pubblico di allora, e dall’edizione integrale dei documenti d’archivio di Meyerbeer custoditi nell’Archivio storico del Teatro La Fenice, sinora pubblicati solo parzialmente.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11571/34215
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