Il saggio verte sulle diverse forme in cui l'esperienza è valorizzata in alchimia e in medicina nell'Occidente latino nei secc. XIII e XIV. Si tratta di due discipline che, pur disponendo di apparati testuali, dottrinari, teorici anche molto consistenti, hanno indispensabili impegni e obiettivi operativi, che quasi le definiscono. Vengono esaminati, sotto il profilo epistemologico, i ruoli rivestiti dall'osservazione sensoriale e dall'intevento operativo rispetto all'articolarsi di teorie e dottrine nelle due discipline. Nel caso della medicina si mostra che sensorialità e operatività ne garantiscono la necessaria specificità nei confronti della philosophia naturalis; per l'alchimia si documenta che si tratta piuttosto di una surdeterminazione dell'esperienza, che risulta primaria ed eccedente rispetto alle teorie: nel senso che la teoria nasce dal e nel 'fare'. Questo diverso ruolo dell'esperienza -pur tenendo conto dei tratti comuni epistemologici che apparentano spesso alchimia e medicina, fino a Paracelso- si radica e si esprime nella differente consistenza istituzionale delle due discipline: l'una, la medicina, integrata -non senza sforzi e discussioni durate due secoli- nel sistema universitario anche tramite un'accurata distinzione di livelli epistemologici gerarchizzati (che vanno dalla subalternatio alla phisica fino al piano dell'intervento puntuale e singolo, che risulta giustificato dai precedenti piani teorici); l'altra, l'alchimia, che si sviluppa al di fuori del circuito universitario ed è sempre perciò soggetta sia a sospetti e critiche, sia, soprattutto, a forme -dialoghi con maestri, illuminazioni, concrete azioni di laboratorio, che pur si affiancano ai testi- di formazione e trasmisssione del sapere, anomale e comunque diverse dallo stile scolastico.

Experientia e opus in medicina e alchimia: forme e problemi di esperienza nel tardo medioevo

CRISCIANI, CHIARA
2004

Abstract

Il saggio verte sulle diverse forme in cui l'esperienza è valorizzata in alchimia e in medicina nell'Occidente latino nei secc. XIII e XIV. Si tratta di due discipline che, pur disponendo di apparati testuali, dottrinari, teorici anche molto consistenti, hanno indispensabili impegni e obiettivi operativi, che quasi le definiscono. Vengono esaminati, sotto il profilo epistemologico, i ruoli rivestiti dall'osservazione sensoriale e dall'intevento operativo rispetto all'articolarsi di teorie e dottrine nelle due discipline. Nel caso della medicina si mostra che sensorialità e operatività ne garantiscono la necessaria specificità nei confronti della philosophia naturalis; per l'alchimia si documenta che si tratta piuttosto di una surdeterminazione dell'esperienza, che risulta primaria ed eccedente rispetto alle teorie: nel senso che la teoria nasce dal e nel 'fare'. Questo diverso ruolo dell'esperienza -pur tenendo conto dei tratti comuni epistemologici che apparentano spesso alchimia e medicina, fino a Paracelso- si radica e si esprime nella differente consistenza istituzionale delle due discipline: l'una, la medicina, integrata -non senza sforzi e discussioni durate due secoli- nel sistema universitario anche tramite un'accurata distinzione di livelli epistemologici gerarchizzati (che vanno dalla subalternatio alla phisica fino al piano dell'intervento puntuale e singolo, che risulta giustificato dai precedenti piani teorici); l'altra, l'alchimia, che si sviluppa al di fuori del circuito universitario ed è sempre perciò soggetta sia a sospetti e critiche, sia, soprattutto, a forme -dialoghi con maestri, illuminazioni, concrete azioni di laboratorio, che pur si affiancano ai testi- di formazione e trasmisssione del sapere, anomale e comunque diverse dallo stile scolastico.
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