Tra le varie tipologie di schizzi e abbozzi beethoveniani, i cosiddetti 'telescoped drafts' lasciano trasparire nel modo più eloquente le intenzioni del compositore, la sua visione: in questi schemi sinottici, costituiti da idee musicali e appunti verbali, egli era solito delineare la struttura dell’opera che aveva in mente, fissandone gli snodi decisivi (temi, tonalità, indicazioni agogiche, numero e disposizione dei movimenti). Per il Quartetto in Mi bemolle maggiore op. 127, esistono quattro ‘abbozzi telescopici’, annotati su diversi supporti scrittori tra il febbraio 1823 e l’estate 1824, in ognuno dei quali Beethoven esplora modalità alternative di gestione della forma e del contenuto musicale. Il saggio propone un’analisi di tali materiali, portando alla luce documenti inediti, come l’Adagio in Mi maggiore, che nei piani originari avrebbe dovuto precedere il Finale del quartetto, o lo schizzo di un movimento con carattere di marcia, da cui deriverà lo Scherzo della versione definitiva. Tra le carte, emerge anche lo spunto per un secondo quartetto in Fa minore, in cui si ravvisano le tracce latenti dell’op. 132. Si tratta di esaminare i diversi stadi genetici in un’ottica che miri a una contestualizzazione storico-critica delle scelte del compositore. Nella loro cifra autoriflessiva, gli abbozzi telescopici restituiscono il background della creazione artistica, mettendo in luce come essa nasca e si sviluppi dentro un precipuo dialogo con i modelli. Per ideare il suo nuovo quartetto commissionato da Galitzin, Beethoven guarda indietro, ai lavori cameristici dei primi anni viennesi e alla lezione del maestro Haydn, non senza un divertito omaggio alla musica da ballo ‘in stile galante’. In questo senso, risulta indicativo l’originario secondo movimento dell’op. 127, un Allegro grazioso in Do maggiore dal titolo La gaieté, del cui titolo viene rintracciata l’origine (sinora ignota) nelle raccolte di contraddanze di metà Settecento. Lo studio degli schizzi suggerisce, in definitiva, una lettura meno ‘austera’ dello stile tardo beethoveniano, che vede il compositore tutt’altro che alienato o fuori dal mondo, ma anzi desideroso di ripristinare un contatto – al tempo stesso personale e universale – con le fonti della Wiener Klassik.

Progettare la forma. Gli schizzi per il Quartetto op. 127 di Beethoven

Francesco Fontanelli
2020

Abstract

Tra le varie tipologie di schizzi e abbozzi beethoveniani, i cosiddetti 'telescoped drafts' lasciano trasparire nel modo più eloquente le intenzioni del compositore, la sua visione: in questi schemi sinottici, costituiti da idee musicali e appunti verbali, egli era solito delineare la struttura dell’opera che aveva in mente, fissandone gli snodi decisivi (temi, tonalità, indicazioni agogiche, numero e disposizione dei movimenti). Per il Quartetto in Mi bemolle maggiore op. 127, esistono quattro ‘abbozzi telescopici’, annotati su diversi supporti scrittori tra il febbraio 1823 e l’estate 1824, in ognuno dei quali Beethoven esplora modalità alternative di gestione della forma e del contenuto musicale. Il saggio propone un’analisi di tali materiali, portando alla luce documenti inediti, come l’Adagio in Mi maggiore, che nei piani originari avrebbe dovuto precedere il Finale del quartetto, o lo schizzo di un movimento con carattere di marcia, da cui deriverà lo Scherzo della versione definitiva. Tra le carte, emerge anche lo spunto per un secondo quartetto in Fa minore, in cui si ravvisano le tracce latenti dell’op. 132. Si tratta di esaminare i diversi stadi genetici in un’ottica che miri a una contestualizzazione storico-critica delle scelte del compositore. Nella loro cifra autoriflessiva, gli abbozzi telescopici restituiscono il background della creazione artistica, mettendo in luce come essa nasca e si sviluppi dentro un precipuo dialogo con i modelli. Per ideare il suo nuovo quartetto commissionato da Galitzin, Beethoven guarda indietro, ai lavori cameristici dei primi anni viennesi e alla lezione del maestro Haydn, non senza un divertito omaggio alla musica da ballo ‘in stile galante’. In questo senso, risulta indicativo l’originario secondo movimento dell’op. 127, un Allegro grazioso in Do maggiore dal titolo La gaieté, del cui titolo viene rintracciata l’origine (sinora ignota) nelle raccolte di contraddanze di metà Settecento. Lo studio degli schizzi suggerisce, in definitiva, una lettura meno ‘austera’ dello stile tardo beethoveniano, che vede il compositore tutt’altro che alienato o fuori dal mondo, ma anzi desideroso di ripristinare un contatto – al tempo stesso personale e universale – con le fonti della Wiener Klassik.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11571/1435834
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