Il dirompente progresso delle tecnologie a basso costo per la diffusione della comunicazione in rete comporta il superamento dei "mediatori qualificati" dell'opinione pubblica, lasciando uno spazio pressoché incontrollato al fenomeno delle comunicazioni di massa “ingannevoli”. Tali comunicazioni non possono rientrare nella categorie delle espressioni di "pensiero", se ha senso il programma di convivenza affermato dalla Costituzione laddove considera come principi indefettibili lo "svolgimento della personalità umana" (art. 2) e «lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» (art. 9), in quanto patrimonio di conoscenze che consente alle persone di condurre un’esistenza privata e pubblica in modo più consapevole e, dunque, più libero e dignitoso. In questa prospettiva, deve essere sapientemente valutato l’intreccio tra libertà di informazione e diritto di essere "correttamente" informati, che rappresenta un’acquisizione fondamentale della cultura giuridica liberale. Un efficace contrasto alle divulgazioni che tendono a ridurre o ad annullare del tutto la capacità cognitiva dei contenuti propagati dai messaggi "ingannevoli" più che a strumenti censori, di dubbia efficacia e legittimità, richiede in positivo l’individuazione di players istituzionali agili, veloci e autorevoli, investiti della missione di introdurre nella discussione pubblica elementi di verità "obiettiva". Ciò incrementerebbe il pluralismo delle voci e delle opportunità per tutti di accedere a fonti di effettiva cultura, utili per difendersi dalle "fake news" che nel villaggio globale delle comunicazioni immediate incidono negativamente sulle condizioni di convivenza e ampliano le situazioni di diseguaglianza sociale. Tali soggetti sono indicati dalla stessa Costituzione quando riconosce (art. 33, u. c.) le «istituzioni di alta cultura, le università e le accademie» e ne sancisce l’«autonomia» e dunque il ruolo proattivo nell'ambito dell’organizzazione pubblica).

La percezione critica dei 'messaggi' un diritto ancora sotto traccia

Ernesto Bettinelli
2019

Abstract

Il dirompente progresso delle tecnologie a basso costo per la diffusione della comunicazione in rete comporta il superamento dei "mediatori qualificati" dell'opinione pubblica, lasciando uno spazio pressoché incontrollato al fenomeno delle comunicazioni di massa “ingannevoli”. Tali comunicazioni non possono rientrare nella categorie delle espressioni di "pensiero", se ha senso il programma di convivenza affermato dalla Costituzione laddove considera come principi indefettibili lo "svolgimento della personalità umana" (art. 2) e «lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» (art. 9), in quanto patrimonio di conoscenze che consente alle persone di condurre un’esistenza privata e pubblica in modo più consapevole e, dunque, più libero e dignitoso. In questa prospettiva, deve essere sapientemente valutato l’intreccio tra libertà di informazione e diritto di essere "correttamente" informati, che rappresenta un’acquisizione fondamentale della cultura giuridica liberale. Un efficace contrasto alle divulgazioni che tendono a ridurre o ad annullare del tutto la capacità cognitiva dei contenuti propagati dai messaggi "ingannevoli" più che a strumenti censori, di dubbia efficacia e legittimità, richiede in positivo l’individuazione di players istituzionali agili, veloci e autorevoli, investiti della missione di introdurre nella discussione pubblica elementi di verità "obiettiva". Ciò incrementerebbe il pluralismo delle voci e delle opportunità per tutti di accedere a fonti di effettiva cultura, utili per difendersi dalle "fake news" che nel villaggio globale delle comunicazioni immediate incidono negativamente sulle condizioni di convivenza e ampliano le situazioni di diseguaglianza sociale. Tali soggetti sono indicati dalla stessa Costituzione quando riconosce (art. 33, u. c.) le «istituzioni di alta cultura, le università e le accademie» e ne sancisce l’«autonomia» e dunque il ruolo proattivo nell'ambito dell’organizzazione pubblica).
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