Il contributo indaga la funzione della parodia come modalità privilegiata di manifestazione del sacro nell’«Inferno» di Dante, muovendo dall’ipotesi che il meccanismo parodico non si limiti a singole figure o episodi, ma investa strutturalmente l’intera configurazione della cantica, quale spazio che, pur privo di Dio, ne riflette in forma degradata l’ordine e la giustizia. In questa prospettiva, il saggio si concentra su un ambito ancora solo parzialmente esplorato dalla critica recente, ossia quello delle parodie bibliche stricto sensu e del loro rapporto con la dimensione figurale del poema. Attraverso l’analisi del «veglio» di Creta (Inf. XIV, 94-120), il contributo propone una rilettura dell’episodio come luogo di intersezione tra modelli classici e scritturali, mettendo in evidenza la compresenza del sogno di Nabucodonosor (Dan. 2, 31-35) e della rappresentazione ovidiana delle età del mondo (Met. I, 89-90). Su questa base, si avanza l’ipotesi che la figura del veglio possa configurarsi come parodia di un ulteriore modello biblico finora non individuato dalla critica, ossia la visione dell’«antiquus dierum» in Daniele (Dan. 7, 1-15), da cui procede un «fluvius igneus», possibile antecedente della genesi dei fiumi infernali. La verifica di tale ipotesi è condotta anche alla luce dell’esegesi medievale del libro di Daniele, con particolare riferimento al «De eruditione hominis interioris» di Riccardo da San Vittore, già indicato come possibile tramite per la mediazione del sogno di Nabucodonosor nel testo dantesco. Ne emerge una lettura del veglio di Creta come figura parodica e insieme negativamente figurale, che contribuisce a chiarire la complessa rete di riscritture scritturali operante nell’«Inferno».
Il Veglio di Creta: un nuovo caso di parodia sacra nell'«Inferno» di Dante
Roberto Galleran
2025-01-01
Abstract
Il contributo indaga la funzione della parodia come modalità privilegiata di manifestazione del sacro nell’«Inferno» di Dante, muovendo dall’ipotesi che il meccanismo parodico non si limiti a singole figure o episodi, ma investa strutturalmente l’intera configurazione della cantica, quale spazio che, pur privo di Dio, ne riflette in forma degradata l’ordine e la giustizia. In questa prospettiva, il saggio si concentra su un ambito ancora solo parzialmente esplorato dalla critica recente, ossia quello delle parodie bibliche stricto sensu e del loro rapporto con la dimensione figurale del poema. Attraverso l’analisi del «veglio» di Creta (Inf. XIV, 94-120), il contributo propone una rilettura dell’episodio come luogo di intersezione tra modelli classici e scritturali, mettendo in evidenza la compresenza del sogno di Nabucodonosor (Dan. 2, 31-35) e della rappresentazione ovidiana delle età del mondo (Met. I, 89-90). Su questa base, si avanza l’ipotesi che la figura del veglio possa configurarsi come parodia di un ulteriore modello biblico finora non individuato dalla critica, ossia la visione dell’«antiquus dierum» in Daniele (Dan. 7, 1-15), da cui procede un «fluvius igneus», possibile antecedente della genesi dei fiumi infernali. La verifica di tale ipotesi è condotta anche alla luce dell’esegesi medievale del libro di Daniele, con particolare riferimento al «De eruditione hominis interioris» di Riccardo da San Vittore, già indicato come possibile tramite per la mediazione del sogno di Nabucodonosor nel testo dantesco. Ne emerge una lettura del veglio di Creta come figura parodica e insieme negativamente figurale, che contribuisce a chiarire la complessa rete di riscritture scritturali operante nell’«Inferno».I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


