Il saggio analizza La contessa Sara (1919), film diretto da Roberto Roberti e interpretato da Francesca Bertini, come esempio emblematico di una produzione muta improntata al fasto e alla spettacolarità. Attraverso lo studio dei materiali promozionali e della ricezione critica dell'epoca, viene ricostruita l'eccezionalità della proiezione torinese del 1920, vero e proprio evento supportato da una imponente macchina pubblicitaria. Il nucleo del saggio si concentra sul processo di adattamento intermediale dal romanzo d'appendice francese La Comtesse Sarah (1883) di Georges Ohnet. Pur riducendone la trama in modo sommario, la pellicola sfrutta la recitazione trattenuta e introspettiva della Bertini per catalizzare l'attenzione spettatoriale, traducendo letteralmente specifici elementi letterari in potenti figure melodrammatiche, come l'uso simbolico dei fiori e il ricorso all'iperbole visiva. Il confronto tra pagina e schermo - letto attraverso la teoria dei "cronotopi" bachtiniani - rivela come il film non cerchi una piatta fedeltà psicologica, ma utilizzi lo spazio e il tempo come dispositivi attivi e carichi di densità semantica e patetica, contribuendo a definire le potenzialità narrative del cinema muto italiano
Quarti di nobiltà tra la pagina e lo schermo. La contessa Sara (1919
MOSCONI ELENA
2024-01-01
Abstract
Il saggio analizza La contessa Sara (1919), film diretto da Roberto Roberti e interpretato da Francesca Bertini, come esempio emblematico di una produzione muta improntata al fasto e alla spettacolarità. Attraverso lo studio dei materiali promozionali e della ricezione critica dell'epoca, viene ricostruita l'eccezionalità della proiezione torinese del 1920, vero e proprio evento supportato da una imponente macchina pubblicitaria. Il nucleo del saggio si concentra sul processo di adattamento intermediale dal romanzo d'appendice francese La Comtesse Sarah (1883) di Georges Ohnet. Pur riducendone la trama in modo sommario, la pellicola sfrutta la recitazione trattenuta e introspettiva della Bertini per catalizzare l'attenzione spettatoriale, traducendo letteralmente specifici elementi letterari in potenti figure melodrammatiche, come l'uso simbolico dei fiori e il ricorso all'iperbole visiva. Il confronto tra pagina e schermo - letto attraverso la teoria dei "cronotopi" bachtiniani - rivela come il film non cerchi una piatta fedeltà psicologica, ma utilizzi lo spazio e il tempo come dispositivi attivi e carichi di densità semantica e patetica, contribuendo a definire le potenzialità narrative del cinema muto italianoI documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


