Il saggio analizza la serie cinematografica in sette episodi I sette peccati capitali (1918-1919), interpretata da Francesca Bertini, prodotta dalla sua stessa casa di produzione (Bertini Film) sotto l'egida della Caesar Film e liberamente tratta dall'omonimo ciclo di romanzi d'appendice di Eugène Sue. Liquidata storicamente dalla critica e dalla stessa attrice come un'operazione minore, logorante e puramente commerciale, la serie viene qui rivalutata sia come specchio della crisi e della ristrutturazione dell'industria cinematografica italiana dell'epoca, sia come un tentativo di esplorare nuove forme di narrazione seriale e di marketing divistico. Attraverso un confronto filologico tra le trame dei romanzi e le ricostruzioni delle pellicole superstiti, si evidenziano le strategie di adattamento che hanno posto la figura della diva al centro assoluto della narrazione, riducendo i "peccati" a semplici pretesti drammatici privi di risvolti morali o religiosi. Lo studio della recitazione della Bertini rivela una straordinaria pluralità di registri espressivi e gestuali che spaziano da momenti di intensa enfasi drammatica a interpretazioni più dimesse, naturali e "primitive", prive di trucco. Questa sovraesposizione e "iper-visibilità" ha temporaneamente ridefinito l'iconografia della Bertini, traghettandola dal ruolo consolidato di algida "tenebrosa" a quello di una "superdonna di massa" vicina al pubblico popolare, prima del suo definitivo ritorno a una dimensione divistica più aristocratica ed elitaria.
Francesca Bertini peccatrice seriale
MOSCONI ELENA
2024-01-01
Abstract
Il saggio analizza la serie cinematografica in sette episodi I sette peccati capitali (1918-1919), interpretata da Francesca Bertini, prodotta dalla sua stessa casa di produzione (Bertini Film) sotto l'egida della Caesar Film e liberamente tratta dall'omonimo ciclo di romanzi d'appendice di Eugène Sue. Liquidata storicamente dalla critica e dalla stessa attrice come un'operazione minore, logorante e puramente commerciale, la serie viene qui rivalutata sia come specchio della crisi e della ristrutturazione dell'industria cinematografica italiana dell'epoca, sia come un tentativo di esplorare nuove forme di narrazione seriale e di marketing divistico. Attraverso un confronto filologico tra le trame dei romanzi e le ricostruzioni delle pellicole superstiti, si evidenziano le strategie di adattamento che hanno posto la figura della diva al centro assoluto della narrazione, riducendo i "peccati" a semplici pretesti drammatici privi di risvolti morali o religiosi. Lo studio della recitazione della Bertini rivela una straordinaria pluralità di registri espressivi e gestuali che spaziano da momenti di intensa enfasi drammatica a interpretazioni più dimesse, naturali e "primitive", prive di trucco. Questa sovraesposizione e "iper-visibilità" ha temporaneamente ridefinito l'iconografia della Bertini, traghettandola dal ruolo consolidato di algida "tenebrosa" a quello di una "superdonna di massa" vicina al pubblico popolare, prima del suo definitivo ritorno a una dimensione divistica più aristocratica ed elitaria.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


