Qualche anno fa Corrado Zedda ha scritto della penuria di studi storici sulla Gallura, penuria che a suo dire si lega sì alla scarsità di documenti storici sopravvissuti e giunti fino ai nostri giorni, ma soprattutto alla necessità di riconsiderare le fonti con un approccio critico più maturo e scevro da pregiudizi ideologici rispetto a quanto fatto in passato. Non possiamo che essere d’accordo con questa affermazione. Pur ammettendo che il volume di documenti relativi alla Gallura sia limitato, giova sottolineare che essi in parte esistono ancora. È necessario tuttavia farli parlare, in un modo per quanto possibile esente da preconcetti e pregiudizi, siano quelli del singolo studioso siano quelli delle scuole di pensiero, in modo che essi siano effettivamente in grado di dispiegare tutte le informazioni che potenzialmente contengono. Inoltre, occorre che i documenti parlino fra loro, riconoscendo che essi registrano istantaneamente le interazioni fra i personaggi coinvolti. Così le sequenze di documenti analizzate criticamente ci permettono di conoscere le azioni e reazioni dei protagonisti delle vicende trattate e inferire ulteriori informazioni. Uno studio sistematico della documentazione richiede tuttavia un accesso agevole alla stessa, cosa che in passato era difficilmente immaginabile e faticosamente possibile, mentre attualmente la digitalizzazione degli archivi, in particolare degli Archivi di Barcellona della Corona d’Aragona, ha facilitato in modo esponenziale la disponibilità dei documenti e il loro confronto, dando agli studiosi la possibilità di accostarsi agli stessi in modo innovativo. Cosa lega la Gallura con la guerra scatenata dal giudice Mariano IV d’Arborea? Apparentemente nulla, e infatti generazioni di studiosi che si sono occupati della storia della Sardegna aragonese non hanno visto alcun nesso tra le vicende storiche galluresi e quelle del giudicato d’Arborea, complice un’idea astratta di marginalità delle terre e vicende galluresi rispetto a quelle degli altri tre giudicati dell’isola. Eppure, gli ultimi giudici di Gallura, Giovanni e Nino (Ugolino) Visconti furono per lunghi anni in guerra con Mariano II d’Arborea, alleato a sua volta con i ghibellini pisani, e possiamo abbastanza ragionevolmente ipotizzare che fu proprio la sconfitta e il crollo della dinastia viscontea all’origine del passaggio ai giudici d’Arborea di una piccola porzione delle terre galluresi, ovvero la curatoria di Bitti. Ma questa vicenda, di per sé, non ha apparentemente nulla a che vedere con la storia successiva della Gallura e dell’Arborea; ciò nonostante, rimane tuttavia sintomatica delle aspirazioni dei giudici d’Arborea a espandere i loro possedimenti ovunque possibile, sia contro i Visconti e poi il comune pisano in Gallura, sia contro gli epigoni di Adelasia, ultima giudicessa di Torres, o ancora contro il giudicato di Cagliari. Tornando alla Gallura e a Mariano IV d’Arborea, non si può negare che l’idea della marginalità della Gallura abbia giocato un ruolo determinante nell’oscurare fino a oggi le motivazioni della guerra mossa dal giudice. Certamente la scarsità di studi volti a ricostruire la storia della Gallura e i passaggi dei feudi in questo am- bito territoriale ha contribuito a tenere nascosti alcuni elementi problematici che necessitavano di una spiegazione. Essi avrebbero potuto invero portare gli studiosi a porsi ulteriori domande, mentre invece la trattazione sommaria e poco approfondita delle questioni ha condotto a risposte banali che a tratti hanno aggiunto anche elementi di confusione, allontanando la possibilità di soluzione. D’altra parte, la vicenda del fratello del giudice, Giovanni de Bas-Serra o d’Arborea, è stata anch’essa trattata nel secolo appena trascorso in modo superficiale per non dire manieristico. Gli storici sono persino giunti all’invenzione di una donazione di Bosa a Giovanni che in realtà non è mai avvenuta e hanno trascurato l’importanza della vicenda di Giovanni d’Arborea per spiegare la «rivolta» del giudice che, vagamente intuita dal barone Manno, è stata sommersa da un fiorire di ipotesi alternative inconsistenti, assolutamente incapaci di spiegare i fatti e le evidenze documentali. Eppure, a ben vedere, due degli elementi necessari per risolvere il puzzle erano in piena vista degli studiosi almeno dal 1861/1868, anni di pubblicazione del primo e secondo volume del Codice Diplomatico della Sardegna curati da Pasquale Tola. Nel trattato di pace stipulato nel 1388 da Eleonora d’Arborea con Giovanni I il Cacciatore, Terranova, la moderna e antica Olbia, occupa un posto all’apparenza di poco rilievo, ma nella realtà ingombrante. Talmente ingombrante da aver generato un silenzio assordante nella storiografia che si è occupata di quella pace, poiché quanto scritto nel trattato implica che i giudici d’Arborea avessero dei diritti sulla città. In caso contrario quella clausola non avrebbe avuto nessun senso e il re avrebbe chiesto semplicemente la restituzione di Terranova come era prescritto dagli accordi per tutti i luoghi dell’isola che nel corso della lunga guerra erano stati occupati dai giudici. Ma la natura e l’origine di questi diritti non sono mai stati oggetto di indagine. Ancora più insignificante deve essere sembrata ai lettori del Tola, la presenza di Oliena nel compromesso stipulato fra il re d’Aragona Giovanni II e il marchese di Oristano Leonardo de Alagon nel 1473, e tuttavia don Leonardo lì dichiarava che questa piccola villa gallurese, ritenuta universalmente feudo dei Carroç dall’inizio della conquista aragonese, apparteneva alla contea del Goceano ed era occupata contro giustizia (da Dalmazzo figlio del viceré Nicolò Carroç d’Arborea e marito della contessa di Quirra Violante II Carroç). Una boutade del marchese, avranno pensato tutti. Ecco, qui abbiamo riportato, in nuce, alcune delle tessere del mosaico che, ricomposte, sono in grado di aiutarci a fare finalmente luce sulle reali motivazioni della guerra mossa dai giudici d’Arborea. Mettere insieme i pezzi non è stato facile, si è trattato di un lavoro lungo e complesso, d’altra parte se fosse stato semplice trovare la soluzione, questa sarebbe già stata individuata negli oltre centocinquant’anni trascorsi dalla pubblicazione del Tola. Se volessimo sintetizzare in poche parole il motivo scatenante della guerra potremmo dire, senza voler incorrere in facili banalizzazioni, che si trattò di una «semplice» questione feudale, relativa al rispetto degli accordi che fin dall’origine erano stati stipulati fra le parti e che costituivano il fondamento del rapporto di vassallaggio instauratosi fra i giudici d’Arborea e i re d’Aragona e quindi dei diritti e doveri reciproci. E poiché da cosa nasce cosa, uno screzio per un affare pensato male, che mai avrebbe dovuto vedere la nascita, e che se affrontato in modo ponderato dalle persone giuste avrebbe potuto essere risolto in modo soddisfacente per tutti, portò invece a un crescendo di recriminazioni, diffidenze e ripicche da entrambe le parti, e dalle parole si passò alle mani sì che lo screzio generò una valanga che travolse l’isola e dopo centoventicinque anni fece la sua ultima vittima con la scomparsa dalla scena dell’ultimo conte del Goceano. Le vicende narrate nella prima parte di questo lavoro, o alcune delle cose dette potrebbero, prima facie, essere interpretate a supporto di una vetera e male intesa storia resistenziale sarda, ma questo è quanto mai lontano dal pensiero dell’autore e, seppure sia vero che le opere hanno una vita autonoma che va al di là delle nostre intenzioni, invitiamo i lettori a ripudiare una visione così banale. Crediamo di aver chiarito che il giudice Mariano non fu uno spergiuro e traditore rispetto al re di Aragona, ma questo non lo rende un santo o un eroe. Fu certamente un grande giudice, ma nel corso della sua lunga guerra con gli aragonesi commise crimini e nefandezze non dissimili da quelli perpetrati dagli avversari. Un sardo caparbio nel difendere i suoi diritti, anzi potremmo dire cocciuto, di una cocciutaggine che portò alla rovina la sua famiglia, ma in questo faceva il paio con il re, Pietro IV il Cerimonioso, che non era sardo ma in quanto a ostinazione non cedeva il passo al giudice, a dimostrazione che l’esito delle loro vicende non fu e non è legato a una questione etnica ma, come sempre accade, all’indole e al carattere delle persone. Raccontare l’origine della guerra fra l’Arborea e l’Aragona probabilmente non sarebbe stato possibile se non dipanando contemporaneamente, come faremo nella seconda parte di questo lavoro, le vicende feudali relative alla Gallura del XIV secolo. Lo faremo tratteggiando la storia dei singoli feudi in cui il territorio dell’ex giudicato fu suddiviso a seguito della conquista dell’isola e della pace con Pisa. Una storia evenemenziale, scandita dagli avvenimenti relativi a questi feudi anzi, più propriamente, ai loro feudatari: concessioni, sequestri, vendite, morti, e dove non mancano i punti interrogativi e problematici vista l’incompletezza della documentazione tramandataci. L’arida sequenza delle date e la folla dei personaggi di queste pagine sembreranno frastornanti ad un qualunque lettore e senz’altro lo sono, abbiamo cercato solo, per quanto possibile, di uniformare dappertutto i nomi dei soggetti indicati, che sono riportati invece in modi plurimi e difformi nella documentazione a seconda della lingua, origine, estensore dell’atto. D’altra parte, la stessa babele esiste anche nella trasposizione documentale dei nomi dei luoghi, e ciò ha generato e genera negli studiosi non poche difficoltà in merito alla loro precisa identificazione, visto che molti di questi luoghi si spopolarono e sparirono per sempre a causa delle guerre ed epidemie susseguitesi nell’isola. Il lettore che avrà la pazienza di non demordere di fronte alla selva di date e nomi riportati, troverà dispersi qua e là elementi forse più interessanti - chi lo sa? Scoprirà per esempio che il cognome Matao, che verosimilmente fu di quel frate Gomita di dantesca memoria era, se così possiamo dire, endemico in Gallura, e non indicava una famiglia qualsiasi ma un clan fra i più potenti (i Lacon o Lacon-Serra), l’unica famiglia autoctona per quanto ne sappiamo, infeudata in quelle terre fin dal tempo dei giudici. E loro vicini di feudo divennero, dopo la conquista aragonese, i rampolli di una delle famiglie più antiche di Spagna, i de Luna, che espressero arcivescovi, un antipapa e una regina. Dettagli certo, ma che forse permettono a tratti di dare un respiro più ampio alle vicende locali degli sperduti borghi di una striscia marginale di terra stretta fra le montagne e il mare.
La Gallura del XIV secolo e le ragioni della rivolta di Mariano IV d'Arborea
Pietro Gottardo
2026-01-01
Abstract
Qualche anno fa Corrado Zedda ha scritto della penuria di studi storici sulla Gallura, penuria che a suo dire si lega sì alla scarsità di documenti storici sopravvissuti e giunti fino ai nostri giorni, ma soprattutto alla necessità di riconsiderare le fonti con un approccio critico più maturo e scevro da pregiudizi ideologici rispetto a quanto fatto in passato. Non possiamo che essere d’accordo con questa affermazione. Pur ammettendo che il volume di documenti relativi alla Gallura sia limitato, giova sottolineare che essi in parte esistono ancora. È necessario tuttavia farli parlare, in un modo per quanto possibile esente da preconcetti e pregiudizi, siano quelli del singolo studioso siano quelli delle scuole di pensiero, in modo che essi siano effettivamente in grado di dispiegare tutte le informazioni che potenzialmente contengono. Inoltre, occorre che i documenti parlino fra loro, riconoscendo che essi registrano istantaneamente le interazioni fra i personaggi coinvolti. Così le sequenze di documenti analizzate criticamente ci permettono di conoscere le azioni e reazioni dei protagonisti delle vicende trattate e inferire ulteriori informazioni. Uno studio sistematico della documentazione richiede tuttavia un accesso agevole alla stessa, cosa che in passato era difficilmente immaginabile e faticosamente possibile, mentre attualmente la digitalizzazione degli archivi, in particolare degli Archivi di Barcellona della Corona d’Aragona, ha facilitato in modo esponenziale la disponibilità dei documenti e il loro confronto, dando agli studiosi la possibilità di accostarsi agli stessi in modo innovativo. Cosa lega la Gallura con la guerra scatenata dal giudice Mariano IV d’Arborea? Apparentemente nulla, e infatti generazioni di studiosi che si sono occupati della storia della Sardegna aragonese non hanno visto alcun nesso tra le vicende storiche galluresi e quelle del giudicato d’Arborea, complice un’idea astratta di marginalità delle terre e vicende galluresi rispetto a quelle degli altri tre giudicati dell’isola. Eppure, gli ultimi giudici di Gallura, Giovanni e Nino (Ugolino) Visconti furono per lunghi anni in guerra con Mariano II d’Arborea, alleato a sua volta con i ghibellini pisani, e possiamo abbastanza ragionevolmente ipotizzare che fu proprio la sconfitta e il crollo della dinastia viscontea all’origine del passaggio ai giudici d’Arborea di una piccola porzione delle terre galluresi, ovvero la curatoria di Bitti. Ma questa vicenda, di per sé, non ha apparentemente nulla a che vedere con la storia successiva della Gallura e dell’Arborea; ciò nonostante, rimane tuttavia sintomatica delle aspirazioni dei giudici d’Arborea a espandere i loro possedimenti ovunque possibile, sia contro i Visconti e poi il comune pisano in Gallura, sia contro gli epigoni di Adelasia, ultima giudicessa di Torres, o ancora contro il giudicato di Cagliari. Tornando alla Gallura e a Mariano IV d’Arborea, non si può negare che l’idea della marginalità della Gallura abbia giocato un ruolo determinante nell’oscurare fino a oggi le motivazioni della guerra mossa dal giudice. Certamente la scarsità di studi volti a ricostruire la storia della Gallura e i passaggi dei feudi in questo am- bito territoriale ha contribuito a tenere nascosti alcuni elementi problematici che necessitavano di una spiegazione. Essi avrebbero potuto invero portare gli studiosi a porsi ulteriori domande, mentre invece la trattazione sommaria e poco approfondita delle questioni ha condotto a risposte banali che a tratti hanno aggiunto anche elementi di confusione, allontanando la possibilità di soluzione. D’altra parte, la vicenda del fratello del giudice, Giovanni de Bas-Serra o d’Arborea, è stata anch’essa trattata nel secolo appena trascorso in modo superficiale per non dire manieristico. Gli storici sono persino giunti all’invenzione di una donazione di Bosa a Giovanni che in realtà non è mai avvenuta e hanno trascurato l’importanza della vicenda di Giovanni d’Arborea per spiegare la «rivolta» del giudice che, vagamente intuita dal barone Manno, è stata sommersa da un fiorire di ipotesi alternative inconsistenti, assolutamente incapaci di spiegare i fatti e le evidenze documentali. Eppure, a ben vedere, due degli elementi necessari per risolvere il puzzle erano in piena vista degli studiosi almeno dal 1861/1868, anni di pubblicazione del primo e secondo volume del Codice Diplomatico della Sardegna curati da Pasquale Tola. Nel trattato di pace stipulato nel 1388 da Eleonora d’Arborea con Giovanni I il Cacciatore, Terranova, la moderna e antica Olbia, occupa un posto all’apparenza di poco rilievo, ma nella realtà ingombrante. Talmente ingombrante da aver generato un silenzio assordante nella storiografia che si è occupata di quella pace, poiché quanto scritto nel trattato implica che i giudici d’Arborea avessero dei diritti sulla città. In caso contrario quella clausola non avrebbe avuto nessun senso e il re avrebbe chiesto semplicemente la restituzione di Terranova come era prescritto dagli accordi per tutti i luoghi dell’isola che nel corso della lunga guerra erano stati occupati dai giudici. Ma la natura e l’origine di questi diritti non sono mai stati oggetto di indagine. Ancora più insignificante deve essere sembrata ai lettori del Tola, la presenza di Oliena nel compromesso stipulato fra il re d’Aragona Giovanni II e il marchese di Oristano Leonardo de Alagon nel 1473, e tuttavia don Leonardo lì dichiarava che questa piccola villa gallurese, ritenuta universalmente feudo dei Carroç dall’inizio della conquista aragonese, apparteneva alla contea del Goceano ed era occupata contro giustizia (da Dalmazzo figlio del viceré Nicolò Carroç d’Arborea e marito della contessa di Quirra Violante II Carroç). Una boutade del marchese, avranno pensato tutti. Ecco, qui abbiamo riportato, in nuce, alcune delle tessere del mosaico che, ricomposte, sono in grado di aiutarci a fare finalmente luce sulle reali motivazioni della guerra mossa dai giudici d’Arborea. Mettere insieme i pezzi non è stato facile, si è trattato di un lavoro lungo e complesso, d’altra parte se fosse stato semplice trovare la soluzione, questa sarebbe già stata individuata negli oltre centocinquant’anni trascorsi dalla pubblicazione del Tola. Se volessimo sintetizzare in poche parole il motivo scatenante della guerra potremmo dire, senza voler incorrere in facili banalizzazioni, che si trattò di una «semplice» questione feudale, relativa al rispetto degli accordi che fin dall’origine erano stati stipulati fra le parti e che costituivano il fondamento del rapporto di vassallaggio instauratosi fra i giudici d’Arborea e i re d’Aragona e quindi dei diritti e doveri reciproci. E poiché da cosa nasce cosa, uno screzio per un affare pensato male, che mai avrebbe dovuto vedere la nascita, e che se affrontato in modo ponderato dalle persone giuste avrebbe potuto essere risolto in modo soddisfacente per tutti, portò invece a un crescendo di recriminazioni, diffidenze e ripicche da entrambe le parti, e dalle parole si passò alle mani sì che lo screzio generò una valanga che travolse l’isola e dopo centoventicinque anni fece la sua ultima vittima con la scomparsa dalla scena dell’ultimo conte del Goceano. Le vicende narrate nella prima parte di questo lavoro, o alcune delle cose dette potrebbero, prima facie, essere interpretate a supporto di una vetera e male intesa storia resistenziale sarda, ma questo è quanto mai lontano dal pensiero dell’autore e, seppure sia vero che le opere hanno una vita autonoma che va al di là delle nostre intenzioni, invitiamo i lettori a ripudiare una visione così banale. Crediamo di aver chiarito che il giudice Mariano non fu uno spergiuro e traditore rispetto al re di Aragona, ma questo non lo rende un santo o un eroe. Fu certamente un grande giudice, ma nel corso della sua lunga guerra con gli aragonesi commise crimini e nefandezze non dissimili da quelli perpetrati dagli avversari. Un sardo caparbio nel difendere i suoi diritti, anzi potremmo dire cocciuto, di una cocciutaggine che portò alla rovina la sua famiglia, ma in questo faceva il paio con il re, Pietro IV il Cerimonioso, che non era sardo ma in quanto a ostinazione non cedeva il passo al giudice, a dimostrazione che l’esito delle loro vicende non fu e non è legato a una questione etnica ma, come sempre accade, all’indole e al carattere delle persone. Raccontare l’origine della guerra fra l’Arborea e l’Aragona probabilmente non sarebbe stato possibile se non dipanando contemporaneamente, come faremo nella seconda parte di questo lavoro, le vicende feudali relative alla Gallura del XIV secolo. Lo faremo tratteggiando la storia dei singoli feudi in cui il territorio dell’ex giudicato fu suddiviso a seguito della conquista dell’isola e della pace con Pisa. Una storia evenemenziale, scandita dagli avvenimenti relativi a questi feudi anzi, più propriamente, ai loro feudatari: concessioni, sequestri, vendite, morti, e dove non mancano i punti interrogativi e problematici vista l’incompletezza della documentazione tramandataci. L’arida sequenza delle date e la folla dei personaggi di queste pagine sembreranno frastornanti ad un qualunque lettore e senz’altro lo sono, abbiamo cercato solo, per quanto possibile, di uniformare dappertutto i nomi dei soggetti indicati, che sono riportati invece in modi plurimi e difformi nella documentazione a seconda della lingua, origine, estensore dell’atto. D’altra parte, la stessa babele esiste anche nella trasposizione documentale dei nomi dei luoghi, e ciò ha generato e genera negli studiosi non poche difficoltà in merito alla loro precisa identificazione, visto che molti di questi luoghi si spopolarono e sparirono per sempre a causa delle guerre ed epidemie susseguitesi nell’isola. Il lettore che avrà la pazienza di non demordere di fronte alla selva di date e nomi riportati, troverà dispersi qua e là elementi forse più interessanti - chi lo sa? Scoprirà per esempio che il cognome Matao, che verosimilmente fu di quel frate Gomita di dantesca memoria era, se così possiamo dire, endemico in Gallura, e non indicava una famiglia qualsiasi ma un clan fra i più potenti (i Lacon o Lacon-Serra), l’unica famiglia autoctona per quanto ne sappiamo, infeudata in quelle terre fin dal tempo dei giudici. E loro vicini di feudo divennero, dopo la conquista aragonese, i rampolli di una delle famiglie più antiche di Spagna, i de Luna, che espressero arcivescovi, un antipapa e una regina. Dettagli certo, ma che forse permettono a tratti di dare un respiro più ampio alle vicende locali degli sperduti borghi di una striscia marginale di terra stretta fra le montagne e il mare.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


