La sinistra europea aveva accolto l’elezione di Barack Obama, nel novembre 2008, come l’arrivo del Messia: i depressi socialisti francesi, i confusi democratici italiani, i timidi socialdemocratici tedeschi e i delusi laburisti inglesi guardavano a lui come alla forza politico-intellettuale che avrebbe risollevato anche loro da un destino di sconfitte già avvenute (in Francia e in Italia) o largamente attese (in Germania e Gran Bretagna). Una speranza rafforzata dall’idea che la crisi scoppiata nel settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers avrebbe rimesso in discussione l’egemonia del pensiero economico neoliberista alla base dei successi dei conservatori fin dal 1979. Questa fiducia in Obama riposava, tuttavia, su un presupposto non verificato: quello che il nuovo presidente americano si sarebbe dimostrato un leader capace di dominare il suo partito, di attuare riforme radicali, di aprire la strada a una nuova fase culturale e politica simile al New Deal di Franklin D. Roosevelt. Questo articolo, oltre a offrire un’interpretazione in chiave storica delle elezioni di medio termine, che spesso si sono rivelate determinanti per il prosieguo della presidenza, analizza i fazionalismi interni al partito democratico che le riforme attuate o progettate dall’amministrazione Obama hanno riacceso. Le correnti dei blue dogs, dei new dem e del progressive caucus fanno riferimento a precise aree ideologiche e territoriali, ciascuna con una propria storia. Comprendere le dinamiche e i rapporti di potere interni permette di delineare una dettagliata mappa della reale situazione del partito e prevedere eventuali spostamenti ideologici futuri.

I democratici americani a metà del guado

MORINI, MARCO;
2010

Abstract

La sinistra europea aveva accolto l’elezione di Barack Obama, nel novembre 2008, come l’arrivo del Messia: i depressi socialisti francesi, i confusi democratici italiani, i timidi socialdemocratici tedeschi e i delusi laburisti inglesi guardavano a lui come alla forza politico-intellettuale che avrebbe risollevato anche loro da un destino di sconfitte già avvenute (in Francia e in Italia) o largamente attese (in Germania e Gran Bretagna). Una speranza rafforzata dall’idea che la crisi scoppiata nel settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers avrebbe rimesso in discussione l’egemonia del pensiero economico neoliberista alla base dei successi dei conservatori fin dal 1979. Questa fiducia in Obama riposava, tuttavia, su un presupposto non verificato: quello che il nuovo presidente americano si sarebbe dimostrato un leader capace di dominare il suo partito, di attuare riforme radicali, di aprire la strada a una nuova fase culturale e politica simile al New Deal di Franklin D. Roosevelt. Questo articolo, oltre a offrire un’interpretazione in chiave storica delle elezioni di medio termine, che spesso si sono rivelate determinanti per il prosieguo della presidenza, analizza i fazionalismi interni al partito democratico che le riforme attuate o progettate dall’amministrazione Obama hanno riacceso. Le correnti dei blue dogs, dei new dem e del progressive caucus fanno riferimento a precise aree ideologiche e territoriali, ciascuna con una propria storia. Comprendere le dinamiche e i rapporti di potere interni permette di delineare una dettagliata mappa della reale situazione del partito e prevedere eventuali spostamenti ideologici futuri.
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