Il nome di Laura Salvati (Milano, 1946) è noto alle colleghe fotografe e agli artisti le cui opere sono state riprese dal suo obiettivo, ma non figura in alcuna storia della fotografia, come del resto buona parte delle sue compagne di strada. Eppure, dopo aver frequentato i corsi di fotografia alla Scuola Umanitaria di Milano, Laura Salvati apre un proprio studio professionale e, dal 1967 al 1990, collabora regolarmente con riviste di prestigio come “Domus”, “Interni”, “Ottagono” e “Abitare”. L’impegno quotidiano nella professione non le impedisce di coltivare una propria ricerca personale, proseguita fino a una decina di anni fa nell’indagine sui temi dell’architettura spontanea e dell’arte popolare e nella documentazione di paesaggi e persone incontrati nei frequenti viaggi in tutto il mondo. Il primo servizio commissionatole da “Abitare”, nel 1968, s’intitolava Abitare sugli alberi e, come alcuni lavori coevi ispirati dalle acque dell’Adda e dalla natura intorno al Lago di Garda, aveva un’evidente matrice antropologica e svelava il concetto dell’abitare come modo di vivere. Risalgono alla metà degli anni Settanta due importanti lavori di impronta sociale: un servizio sulle case dipinte in Polonia e in Cecoslovacchia e un’inchiesta sugli immigrati italiani e turchi a Mannheim in Germania. Tra i reportage di cronaca, alle manifestazioni per il Vietnam, cui Laura Salvati partecipa in prima fila, e alle proteste davanti alla Triennale di Milano, segue il concerto di Joan Baez all’Arena Civica di Milano. Proficuo, e costellato di letture originali, è stato anche il lavoro con gli artisti, in particolare con Nanda Vigo. A partire dai primi anni Ottanta, con l’intensificarsi dei viaggi in Africa, dal Mali al Togo, dall’Egitto all’Algeria, al centro dell’obiettivo sono spesso le donne: anche nei contesti più poveri, Laura Salvati ne esalta il portamento, l’abbigliamento, il gusto raffinato nel decorare oggetti e ambienti, l’abilità manuale nel riuso di sacchi di riso e scarti di plastica. Nel dialogo aperto che sconfessa ogni stereotipo, Laura scopre delle persone libere, informate, generose e con una chiara coscienza della propria autonomia. La scommessa di Laura Salvati sulla propria affermazione identitaria attraverso la fotografia racconta una storia non isolata nel contesto culturale italiano di quegli anni, arricchendo una narrazione ancora in parte da ricostruire.

Laura Salvati. Fotografia dell’abitare come pratica di vita

Fontana, S.
In corso di stampa

Abstract

Il nome di Laura Salvati (Milano, 1946) è noto alle colleghe fotografe e agli artisti le cui opere sono state riprese dal suo obiettivo, ma non figura in alcuna storia della fotografia, come del resto buona parte delle sue compagne di strada. Eppure, dopo aver frequentato i corsi di fotografia alla Scuola Umanitaria di Milano, Laura Salvati apre un proprio studio professionale e, dal 1967 al 1990, collabora regolarmente con riviste di prestigio come “Domus”, “Interni”, “Ottagono” e “Abitare”. L’impegno quotidiano nella professione non le impedisce di coltivare una propria ricerca personale, proseguita fino a una decina di anni fa nell’indagine sui temi dell’architettura spontanea e dell’arte popolare e nella documentazione di paesaggi e persone incontrati nei frequenti viaggi in tutto il mondo. Il primo servizio commissionatole da “Abitare”, nel 1968, s’intitolava Abitare sugli alberi e, come alcuni lavori coevi ispirati dalle acque dell’Adda e dalla natura intorno al Lago di Garda, aveva un’evidente matrice antropologica e svelava il concetto dell’abitare come modo di vivere. Risalgono alla metà degli anni Settanta due importanti lavori di impronta sociale: un servizio sulle case dipinte in Polonia e in Cecoslovacchia e un’inchiesta sugli immigrati italiani e turchi a Mannheim in Germania. Tra i reportage di cronaca, alle manifestazioni per il Vietnam, cui Laura Salvati partecipa in prima fila, e alle proteste davanti alla Triennale di Milano, segue il concerto di Joan Baez all’Arena Civica di Milano. Proficuo, e costellato di letture originali, è stato anche il lavoro con gli artisti, in particolare con Nanda Vigo. A partire dai primi anni Ottanta, con l’intensificarsi dei viaggi in Africa, dal Mali al Togo, dall’Egitto all’Algeria, al centro dell’obiettivo sono spesso le donne: anche nei contesti più poveri, Laura Salvati ne esalta il portamento, l’abbigliamento, il gusto raffinato nel decorare oggetti e ambienti, l’abilità manuale nel riuso di sacchi di riso e scarti di plastica. Nel dialogo aperto che sconfessa ogni stereotipo, Laura scopre delle persone libere, informate, generose e con una chiara coscienza della propria autonomia. La scommessa di Laura Salvati sulla propria affermazione identitaria attraverso la fotografia racconta una storia non isolata nel contesto culturale italiano di quegli anni, arricchendo una narrazione ancora in parte da ricostruire.
In corso di stampa
9788854972322
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11571/1551779
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